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Social Networking: funziona davvero?

social network
photo credit: mikekorn

Per comprendere (meglio) questo post sarebbe opportuno che leggessi prima dell’esperimento da cui traggo alcune mie conclusioni, integrandole con i commenti ricevuti e con altre informazioni raccolte in giro.

E’ evidente che i soggetti entrati in contatto con Flickr, o se vogliamo con un classico esempio di social network, sono risultati piuttosto impermeabili ad esso.
Nonostante il campione sia estremamente piccolo per potersi dire significativo, questa esperienza è confermata praticamente da tutti i commenti:

Stellakeride:

I miei amici noninternet-dipendenti [...] non si fanno influenzare minimamente

Catepol ci invita a coinvolgere gli altri con esempi pratici, concreti:

se non partiamo dalla pratica della gente comune…come facciamo a fare vera divulgazione e inclusione?

Non si discostano di molto le considerazioni di Enrico e Manfrys.
Telemaco cita la

“teoria della piramide” che esemplifica bene le fasce d’utenza: il 90% “vede”, il 9% commenta, l’1% produce contenuto.

Capita che proprio oggi su un argomento molto simile si sia espresso [mini]marketing:

[...] spesso chi vive internet (incluso me) ne sopravvaluta e di molto la capillarità. In realtà, lui sosteneva, il web illumina e connette gli illuminati, e fa (o può) molto poco per attirare chi non è ancora ‘illuminato’.

Serpeggia il pessimismo, rispetto al web2.0, rispetto ai contenuti generati dagli utenti, ed alla possibilità che questi effettivamente coinvolgano una fetta di internauti significativamente più ampia di quella già coinvolta ed attiva in quello che dovrebbe essere definito web1.0.

Ma c’è chi vede il bicchiere mezzo pieno, e non è l’ultimo arrivato; si tratta di Mauro Lupi che si dice fiducioso per il fatto che i social network assorbiranno l’8% degli investimenti pubblicitari online, ritenendo che tale cifra sia destinata a crescere negli anni a venire anche in Italia, come accaduto negli Stati Uniti.

Si, parlare di investimenti pubblicitari o di partecipazione di utenti inesperti, non è necessariamente la stessa cosa, ma mi pare evidente che le due cose siano in stretta relazione tra loro. Non credo che le aziende investirebbero se i social network fallissero la loro missione.

Allora forse davvero la blogosfera dovrebbe imparare ad uscire dalla blogosfera. Scordarsi, o solo tenere nella giusta considerazione (poca), classifiche, ranking, meme, contest e tirare fuori la testa dalla sabbia: siamo un ristretta cricca di persone che non fanno niente di più che dedicare un pò del proprio tempo ad una cosa che si chiama blog. Questo non ci rende speciali rispetto agli altri, anzi se vogliamo ci rende una minoranza.

Minoranza illuminata, come dice MiniMarketing? Non saprei, ma è ora di convincerci che c’è vita al di là della blogosfera.



4 Responses to “Social Networking: funziona davvero?”

  1. Marco scrive:

    E’ esatto: prima o poi la blogosfera deve uscire dalla blogosfera.
    A volte penso che il problema non sia tanto: “usciamo” ma, “usciamo per fare cosa?” Per raccontare (o dire) cosa?
    Se dovessi dire cosa c’è davvero di interessante nel Web 2.0 direi: rimette al centro il valore dell’individuo. Punto.
    E’ evidente che tanti non vedono in questo niente di interessante. Non è colpa loro: se mass media e scuola consigliano caldamente il conformismo, i risultati alla fine si vedono, ahimé.
    Deve riemergere l’individuo, e occorre tempo e pazienza per arrivare ad un simile risultato. Noi abbiamo il privilegio (e l’onore), di essere gli alfieri del nuovo ;-)

  2. manfrys scrive:

    .. nel mio piccolo cerco sempre di “coinvolgere” quante più persone che vivono ai “bordi” di internet (e chi mi conosce lo sa bene!), stimolandoli all’aggregazione non necessariamente “blogghesca” ;-) ad esempio con flickr, del.icio.us e tutti quei servizi2.0 che non implicano per forza uno “scambio”. Perchè la vera paura di tanti è “lo scambio”… paura di scambiarsi l’email, un messaggio, un link, relazionarsi su facebook, linkedin, forte paura di avvicinarsi alla messaggistica istantenea sia essa gtalk, msn, skype o quelle più blande come jaiku o twitter, talvolta la paura è innata nella persona e talvolta è “appiccicata” addosso dai media o da persone che di internet non ne capiscono una benemerita, e qualche volta anche dal proprio partner .. perchè non si può essere “mignotte” su internet ;-)!

  3. Donato scrive:

    @marco
    “alfieri del nuovo” e’ una bella definizione, purche’ non ci si prenda troppo sul serio (e so che non e’ il tuo caso).

    @manfrys
    non e’ sempre e solo la paura a frenare chi vive “fuori dalla blogosfera”; c’e’ una fetta di popolazione, numericamente maggioritaria rispetto ai protagonisti del web2.0, che a questo universo ha dato un’occhiata e per un motivo o per un altro s’e’ girata dall’altra parte perche’ non ha trovato la motivazione giusta per lasciarsi coinvolgere.

    Questo dovrebbe dirci qualcosa; ad esempio:

    - certe conversazioni tipo le classifiche, pubblicita’ sui blog si o no, e cosi’ via, piu’ che grandi dibattiti, dovrebbero essere considerate piccole beghe condominiali;

    - chi ci rimette di piu’ dalla mancata partecipazione di tutta questa gente?
    Loro che non condividono e continuano la loro vita nella sola real life, o noi che veniamo privati di un allargamento delle potenzialita’ e dell’utilita’ di un mezzo a cui dedichiamo un fetta non irrilevante del nostro tempo?

    La risposta non e’ cosi’ scontata, ma per il momento mi fermo qui, altrimenti finisce che scrivo un altro post e non e’ l’orario giusto.

Trackback e pingback

  1. Facciamo conoscere la blogosfera al di fuori di essa: eccco come.
    [...] ulteriore passo rispetto all’esperimento recentemente condotto per tentare dia analizzare il rapporto con i social network, della gente comune, ...

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