Cattiva comunicazione = cattive intenzioni

[Guest Post]

Mi chiamo Alessio e da qualche anno lavoro nel settore comunicazione. Fin dai tempi dell’università ho avuto il sospetto che, entrando nel mestiere, sarei arrivato a una sorta di stanza dei bottoni, da cui si controllano e spesso manipolano le coscienze, in modo occulto e tendenzialmente sleale. Con gli anni ho effettivamente registrato l’esistenza di sotterranei intenti manipolatori e la presenza di ottimi strumenti per raggiungere gli scopi di cui sopra, ma sono anche andato convincendomi del fatto che si possa far comunicazione senza necessariamente prendere per il culo il prossimo. Si può, ma non è obbligatorio.

stilista

A ricordarmi queste riflessioni è stata pochi giorni fa una campagna di comunicazione del Comune di Roma, che prende di mira la contraffazione associandola a prassi produttive più vicine alla schiavitù che al lavoro. Me la sono ritrovata sotto gli occhi nei miei quotidiani viaggi sulla metro A e, memore tra l’altro di una recente puntata di Report nonché della lettura di Gomorra, non ho potuto evitare di concludere che si trattasse di comunicazione della peggior specie: quella mirata a non dire la verità senza dire una bugia.
In generale, come sostiene da anni Naomi Klein, lo strapotere dei brand costituisce un ottimo riparo per pratiche produttive scorrette: i valori sono quelli associati alla marca, e si costruiscono a un livello puramente simbolico, che nella maggioranza dei casi poco o nulla ha a che vedere con la realtà molto meno patinata dei processi produttivi sottesi.

Il problema che emerge è però molto a monte della comunicazione, che in effetti rappresenta l’ultimo anello di logiche che partono da lontano, spesso figlie di sistemi legislativi incapaci di mettere le aziende in condizione di operare nel rispetto dei principi a cui le altisonanti costituzioni occidentali si ispirano. Non si può dunque chiedere al mondo della comunicazione di adottare un codice etico che molto meglio calzerebbe ai suoi committenti. Né è realisticamente possibile astrarsi dal gioco con scelte individuali, come rifiutarsi di scrivere un testo pubblicitario a proprio avviso ingannevole.

Dopo aver rinunciato allo stipendio sarà infatti ancor più urgente recarsi dai cinesi a comprare vestiti, acquistare prodotti di sottomarca che nulla possono garantire sul piano della qualità dei processi produttivi e potenzialmente fanno male alla salute, andare da McDonald piuttosto che in trattoria. Sarà invece molto dura accedere a beni come quelli del mercato equo e solidale, troppo spesso riservati a fasce di prezzo inaccessibili – perlomeno come uso quotidiano – a chi non abbia il portafoglio ben fornito.

Una correlazione perversa quindi, difficile da accettare per chi suole impartire al prossimo lezioni di morale ed etica professionale. Molto più facile in effetti, prendersela con la comunicazione.

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Grazie ad Alessio per il suo contributo.
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Un commento

  1. Donato January 8, 2008 - 1:15 am | #

    Sono profondamente convinto che la ‘buona comunicazione’ sia quella che crea valore per il consumatore o per il destinatario in generale.

    Chiaro che chi opera utilizzando le leve della seduzione e persuasione possa essere tentato di abusarne, o anche che sia in qualche modo costretto a farne un uso distorto.

    Credo che sia compito di ‘noi operatori del settore’ evitare che il piu’ possibile che questo accada.

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