Uno scudo per la reputazione online delle aziende
- Posted by Donato on March 17th, 2008 filed in Tools, Web marketing

[photo credi: coffeemug]
Di reputazione online o web reputation si è parlato molto negli ultimi tempi; ne avevo parlato, con un taglio specificamente aziendale, già lo scorso settembre ‘07, quando mi sono chiesto se le aziende controllino cioò che di loro si dice nel web.
Un recente commento, della cosiddetta coda lunga, ha portato alla mia attenzione il sito www.reputazioneonline.it; da quel commento si è sviluppato in maniera piuttosto singolare, uno scambio di battute con Andrea Barchiesi, non ne faccio un riassunto, credo sia preferibile che tu li legga così come si sono sviluppati, se ne hai voglia.
Non ho la possibilità di vedere dal vivo come funziona il servizio, ma a giudicare da come viene presentato sembra piuttosto interessante, se non altro come sistema di rilevazione è sicuramente più attendibile, per chi vuole interagire in maniera sistematica con la blogosfera, rispetto ad una classifica basata prevalentemente sui link, quindi più incline a rilevare la popolarità che non l’effettiva capacità di influenzare.
Metto in relazione due cose così diverse non perché ritengo sia opportuno farlo, ma piuttosto perché, almeno fino ad ora mi è parso che le aziende abbiano cercato quasi esclusivamente sistemi di analisi quantitativa per cercare di orientarsi in un ambiente per loro sconosciuto, trovando degli strumenti inadatti a farlo, come blogbabel appunto, che ritengo abbia tutt’altre finalità che non indicare alle aziende a chi rivolgersi per costruirsi una reputazione online.
Peraltro, non credo che una analisi quantitativa, per quanto accurata essa sia, possa essere sufficiente. Se davvero il Reputation Guardian funziona come ci viene detto - e non ho né motivo per dubitarne, né elementi per esserne assolutamente certo - costituisce un significativo passo in avanti per la costruzione di quegli strumenti che potrebbero permettere alle aziende di gestire in maniera più appropriata e consapevole la propria presenza nel web2.0.
Resta però l’esigenza di interpretare i dati raccolti e rielaborarli per produrre una strategia di comunicazione. E qui che si rende necessario affiancare ai fattori quantitativi quelli qualitativi; è qui che è necessario l’intervento umano.
Concludo una nota semiseria: il nome reputation shield, non so perché, mi fa pensare ad una cintura di castità; probabilmente il timore che qualcuno parli male di noi costituisce una forte motivazione all’utilizzo dello strumento da parte delle aziende, ma io avrei preferito una accezione più positiva, nel senso della costruzione di un’immagine corrispondente alla realtà, non della difesa da eventuali attacchi, che pure ha la sua ragione di essere.
Sarei curioso di sapere, in particolare, se Alessio, Maurizio e Gaspar già conoscono questo strumento e cosa ne pensano, chissà se avranno la voglia di esprimersi al riguardo. E’ solo un invito, nessun obbligo, ma credo che potrebbero fornire tre prospettive di analisi differenti e stimolanti. E a te che te ne pare?
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11 Responses to “Uno scudo per la reputazione online delle aziende”
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17 March 2008 alle 3:40 pm
non lo so come funzioni, probabilmente c’è una serie di stagisti che legge i link estratti da blogbabel o da technorati e assegna loro un piu’ o un meno e un commento…
ma magari mi sbaglio e l’algoritmo è piu’ complesso
17 March 2008 alle 3:44 pm
@Gianluca - LOL, questa è cattiva, pero’.
Sulle prime anche io ho avuto qualche perplessita’, ma poi a pensarci bene non mi pare che l’idea di fondo sia cosi’ sbagliata, non credi?
17 March 2008 alle 5:22 pm
in effetti all’ultimo punto della metodologia (http://www.reputazioneonline.it/pages/content.aspx?id=5¶m=scansione_keyword_internet)
“Strategia di intervento: viene definita una strategia volta a limitare gli effetti negativi di quanto rilevato”
Come dire: si parte dal presupposto che il commento sia negativo
Sarei davvero curioso di sapere come pensano di “limitare” questi effetti negativi, e con quanto successo…
17 March 2008 alle 6:21 pm
Non posso dire molto, sul sito nella parte metodologia non si dice molto. Non si parla di metriche, di processi, quindi è difficile capire se sia un servizio realmente innovativo. Ho gli stessi dubbi di chi ha commentato prima di me.
18 March 2008 alle 1:22 am
Ciao a tutti, ringrazio Donato per l’occasione di confronto con professionisti del settore.
). L’approccio a ‘stagista’, nessuno ce ne voglia lo riteniamo poco qualificante e soprattutto a dir poco scarsamente esaustivo. Lancio una controprovocazione: non è limitativo concentrarsi solo sui blog? Un informazione non può avere effetti di opinion making anche in altri canali? Il massimo effetto virale si ottiene attraverso i blog?
L’argomento è come evidente molto complesso e questa è soltanto la punta dell’iceberg. Faccio un paio di premesse per chiarire i contesti discussi. Reputazioneonline.it e i sistemi presentati sono creati da un team di ActValue Consulting and Solutions ovvero una società di ingegneria che ha come mission l’alta tecnologia e l’innovazione. 2 anni fa, mentre nel mercato si parlava a malapena dell’argomento abbiamo progettato e cominciato a realizzare un sistema di spider proprietari su sistemi di calcolo parallelo e una piattaforma gestionale degli eventi rilevati. Il sistema non è statico ma autoapprende e migliora durante la sua normale operatività (a chi è interessato e abbastanza masochista da chiedere ad ingegneri appassionati di spiegare come una macchina può autoapprendere siamo a disposizione, sappiate già che sarà un’esperienza pesante
Poste in questo modo le domande emerge chiaramente il nostro punto di vista in controtendenza all’attuale stadio della cultura sull’argomento. Noi abbiamo sviluppato una tecnologia che può acquisire contenuti oltre che dai blog anche da youtube, da wiki, da pagine personali da qualsiasi espressione html, feed, alert ecc… Non abbiamo importato software realizzati in america o altrove mettendoci un marchio o comprato flussi dati da provider esteri. Sicuramente sarebbe stato più facile e se conoscete a fondo questo mercato sapete bene di cosa stiamo parlando. Perchè ha poco senso importare sistemi progettati in altre nazioni? L’analisi semantica è differente e algoritmi pensati su logiche anglosassoni risultano poco precisi se declinati in lingua italiana. Scusate se sbrigo in fretta questioni che necessiterebbero di adeguata analisi (tempo più che speso a suo tempo). Giustissima l’obiezione sui commenti negativi e positivi, il nome del servizio è ad ora fuorviante allo stato attuale di sviluppo del prodotto. Sono in questa release gestite le parti positive e negative, il nome risale alla prima versione progettata (è in corso uno studio di rebrand), in corsa ci siamo accorti che c’era un altra importante fetta di analisi.
Il termine reputazione è ad ora associato a brand, prodotti e personaggi. Abbiamo specializzato i nostri algoritmi per cogliere oltre quanto citato dell’altro, non meno importante: i concetti sociali, le espressioni della comunità riguardo temi quali sicurezza, inquinamento, economia, lavoro e quant’altro. Anche se a prima vista non sembrano contigui gli strumenti di analisi sono molto simili se ben progettati, da un lato si estrapola il possibile da un prodotto dall’altro da un concetto. Questo ha aspetti sorprendenti anche nel marketing, un brand spesso si lega ad un idea, ad un concetto, è a dir poco utile studiare la dinamica di quest’ultimi nel tempo (lo fanno già ma con altri strumenti).
Anche su questi temi ampiamente trascurati ci sarebbe molto da dire ma non vorrei mettere troppa carne al fuoco.
Concedetemi un ultima provocazione: come progettereste un sistema che possa capire se stanno nascendo fenomeni virali? Come misurare la viralità?
Temo di essermi dilungato oltre il dovuto ……… saluti
18 March 2008 alle 12:45 pm
@andrea - dilungarsi e’ necessario quando l’argomento lo richiede, e personalmente lo ritengo interessante, per cui fai pure.
Inoltre, mentre si discute di un argomento che interessa me, e spero altri due o tre passanti, possiamo anche avere una “dimostrazione sul campo” di quello che intendete per “gestire i commenti”, positivi o negativi che siano.
Poni delle domende a cui non e’ facile dare una risposta secca, meritano un ulteriore approfondimento.
Grazie per il contributo, spero la conversazione si sviluppi ulteriormente.
19 March 2008 alle 11:41 pm
è successo un fatto molto curioso…proprio ieri c’è stata una discussione analoga su di un altro blog (quello di carlo bruno) che ha visto BlogMeter come “imputato”…c’è un forte scettiscismo nei confronti di soluzioni tecnologiche di web intelligence/web monitoring…e credo che questi confronti siano positivi perchè permetteno di chiarire molti dubbi in materia. per chi vuole approfondire:
http://mediameter.wordpress.com/2008/03/18/discutendo-di-analisi-semantica-e-di-monitoraggio-dei-social-media/
20 March 2008 alle 11:15 am
@sacha - non e’ poi cosi’ strano che in due blog diversi, i cui autori magari nemmeno si ocnoscono, si parli dello stesso argomento. Vuol dire che l’argomento dovrebbe essere di un certo interesse.
Grazie per la segnalazione.
20 March 2008 alle 9:39 pm
concordo…è solo curioso che ciò accada quasi in simultanea su di un tema che non è di stretta attualità.
saluti
21 March 2008 alle 11:43 am
La gestione è un tema complesso. Supponiamo un caso lesivo. Dipende da vari fattori, principalmente dalla grandezza dell’azienda coinvolta, dalla tipologia di canale attraverso cui il contenuto lesivo è accessibile, la ‘potenza’ lesiva del contenuto e l’audience ricevuto. Anche in questo caso a volte non è sufficiente in quanto prima di prendere decisioni va studiato l’andamento del fenomeno, se è crescente, stazionario o discendente. Queste analisi storiche necessitano di strumenti forti in grado di dare un peso ai concetti esposti. Nel caso di trend discendente e basso audience la cosa migliore e attendere e verificare che non insorgano effetti virali. Questi ultimi possono ribaltare la partita della comunicazione in pochi giorni. In alcuni casi e quando il canale lo consente sono mlto utili azioni SEO mirate a creare pushback indiretto del contenuto lesivo valorizzando la comunicazione istituzionale. Come sempre lo spazio è stretto per trattare la molteplicità dei casi. Soprattutto emerge una fortissima interdisciplinarietà.
21 March 2008 alle 12:48 pm
@andrea - cosa ne pensi di un guest post con una case history?
Ovviamente senza fare il nome dell’azienda oggetto dei commenti negativi. Una presentazione del settore in cui opera l’azienda, contesto in cui e’ sorta la contestazione, contromisure adottate, esito dell’operazione.
Se l’idea ti piace fammi sapere via email per quando pensi di potermi dare l’articolo in modo che ne programmi la pubblicazione. Ciao.