
Qusta è l’immagine utilizzata da Davide “Kawakumi“, nel guest post scritto per Davide “Tagliaerbe”, in cui parla con chiarezza ed efficacia, di cosa sia il brand reputation managemet. Un termine che potrebbe far suonare i campanelli d’allarme in chi pensa che qualsiasi strategia di comunicazione sia per definizione “malvagia e fuorviante”.
Non è così, soprattutto non può essere così nel web2.0. Le aziende perseguono il profitto, su questo non c’è dubbio, ma esistono diversi modi per raggiungere il risultato. Quello che prevede:
- monitoraggio – per comprendere l’ambiente (Internet, social media, ecc..) e le sue regole
- condivisione – l’aziende rende le proprie informazioni (corporate, di prodotto, ecc..) disponibili per essere manipolate dagli utenti; implica già uno sforzo nel modificare modi e tempi della comunicazione
- partecipazione – l’azienda non si limita a rendere le proprie informazioni social media friendly, ma partecipa attivamente alle conversazioni che la riguardano, con un proprio blog, account sui social network, organizzando o sponsorizzando eventi intesi come occasioni informali di dialogo
Il brand reputation management dovrebbe essere il pane quotidiano degli uffici di relazioni pubbliche delle aziende, soprattutto quello online, perché è dimostrato che i clienti – e quindi anche gli stakeholders – si formano la prima idea di un’azienda e dei suoi prodotti/servizi, online. E spesso, la prima impressione è quella che conta.
3 commenti
Sbaglierò, ma non è pericoloso tralasciare un elemento chiave come la trasparenza? Seppur teoricamente incluso nell’idea di condivisione, spesso è fondamentale esplicitare un passaggio a logiche di totale apertura e trasparenza per non trovarsi a gestire una crisi tentando di gestire l’attacco degli utenti da una parte e il protezionismo dell’azienda dall’altra. A volte può non essere facile gestire l’immagine di un brand con alle spalle un’azienda che non comprende la necessità di una modifica radicale della propria gestione dell’eventuale feedback negativo generato dagli utenti.
Non sbagli affatto, e pensavo (speravo) di non aver tralasciato affatto l’aspetto della trasparenza.
Forse però ho dato troppo per scontato il senso di alcune cose, come quando dico che la strategia di comunicazione di un’azienda non può essere “fuoriviante” nel web2.0.
Mi riferisco all’arcinoto (?) assunto secondo cui il web sociale impone, per essere credibili di non usare il linguaggio di marketing, di mostrare l’azienda per come è. E dove l’azienda non può essere presentata così com’è, probabilmente vuol dire che c’è qualcosa che non va.
Grazie mille per la citazione Donato!
Riguardo alla questio “trasparenza”, concordo con te… quella è ALLA BASE di tutto (e per questo non viene citata nel mio grafico… se non c’è quella, il grafico non ha senso).
Bye