Si è parlato di futuro e Next Internet Generation ieri a Roma durante la conferenza World Wide Apps organizzata da Working Capital. Ospiti dagli Stati Uniti Naveen Selvadurai, co-founder di Foursquare e Dina Kaplan, co-founder di Blip.TV, al tavolo dei relatori anche un terzetto di Luca: De Biase, Conti e Telese.
Ho trovato il dibattito coinvolgente e stimolante, sebbene mi abbia lasciato l’amaro in bocca, la considerazione del fatto che i giovanissimi ospiti, venuti dall’altra parte dell’oceano, sono – e non potrebbero non esserlo – stranieri.
Dobbiamo tristemente ammettere che portare un caso di successo di startup italiane per parlare di futuro di Internet, ammesso che ce ne siano, sarebbe probabilmente stato inopportuno, perché si sarebbe trattato di una eccezione dove la regola è ben diversa, non favorisce la creazione di nuove imprese e non investe nelle idee.
Le iniziative di successo nascono negli USA perché lì ci sono le condizioni sociali economiche e culturali affinché questo avvenga. In Italia, invece di scommettere sulla nostra proverbiale creatività e capacità di inventare, guardiamo con nostalgia al passato, salvo poi innamorarci quando qualche eccezione riesce ad emergere nonostante tutto.
Questo succede non solo nel campo della nuova impresa ma un po’ ovunque, anche nel settore del giornalismo, che è quello io cui operano i tre Luca presenti nel panel.
Durante la puntata dello scorso 17 settembre di Matrix, canale 5, Nicoletti si è lanciato in una sperticata lode di Dagospia, descrivendolo come moderna espressione del giornalismo online, e allo stesso tempo denigrando praticamente tutto il resto della blogosfera dell’informazione, capace a suo dire solo di atteggiamenti di snobismo tecnologico e tutta concentrata su inutili elugubrazioni di quello che sarà il futuro dell’Informazione.
In altre parole Nicoletti ha incensato un eccentrico sessantaduenne, che per sua stessa ammissione ha creato un sito di gossip perché abbastanza ricco da non avere la preoccupazione di far quadrare il bilancio e che peraltro nel suo lavoro giornalistico ha quasi sempre perso le cause in cui è stato coinvolto, con sanzioni economiche che sono state pagate dalla moglie [lo dice lo stesso D'Agostino nel corso della puntata].
E’ dunque questo il futuro del giornalismo in Rete, o forse sono certi giornalisti che hanno perso la curiosità di studiare e comprendere i fenomeni prima di parlarne?
Photo credit: Working Capital

6 commenti
Mi sarei aspettato più osservazioni sui due ospiti… sei sempre in tempo ad integrare e/o ripostare, ma svelto! La Rete non ti aspetta B-D
Leo, mi sarei aspettato un commento in merito a quello che ho scritto
Scherzi a parte possiamo fare così, segnalami un post tuo o di altri che parlano più approfonditamente degli ospiti e lo linko volentieri.
Qui se hai voglia parliamo di futuri possibili della Rete e del giornalismo, che comunque mi pare in topic, no?
Ma mica tanto B-DD… non hai parlato dell’evento e hai rilanciato la polemica con Nicoletti, mentre lo specifico sarebbe “informazione e business model della georeferenziazione”.
E’ vero che ieri si è parlato anche di TV su media non tradizionali, ma mi è sembrata più interessante la parte innovativa.
Non era mia intenzione fare un resoconto puntuale della conferenza, ma piuttosto prendere spunto per parlare di alcuni argomenti correlati.
Il claim della conferenza era “Dove va la next Internet Generation”, non ci ho letto un focus così stringente sulla geolocalizzazione – va bene Foursquare, ma Blip.tv cosa ha a che vedere con la geolocalizzazione?
Sugli aspetti legati al giornalismo torno volentieri in altro post. Riguardo al tema “italiano” più in generale, confesso che inizio a provare un certo fastidio nel piagnisteo e nel mugugno.
Come ha detto De Biase ieri, viviamo i Italia ma siamo cittadini del mondo. Che in Italia non ci siano le migliori condizioni per startuppare posso concordare, che in Italia nascano tutte queste idee di impresa folgoranti e che queste vengano tarpate da VC e BA carogne ho dubbi sempre più forti. Dei quasi duecento presenti in sala ieri sarei curioso di sapere quanti hanno mai presentato un brief di dieci pagine su un loro progetto a chicchessia: italiano, americano, indiano o di dove volete.
Ho già sollevato in precendenza il tema della creatività e della pogettualità dei giovani e meno giovani italiani (saremo tutti forzatamente iovani sino a ottantanni), avanzando dubbi preoccupati.
Non credete sia arrivato il tempo di asciugarci i lacrimoni, soffiarci il naso e darci una mossa?
Alessandro, secondo me il problema nasce ancora prima del brief di 10 pagine: se la creatività e l’inventiva non mancano agli italiani (e mi pare inconfutabile) perché di quei 200 in sala nessuno ha prodotto un brief – ammesso che nessuno lo abbia fatto?
Perché non c’è lo stimolo, la prospettiva che quelle dieci pagine qualcuno le legga.
Detto questo condivido il tuo fastidio nei confronti di chi si lamenta senza far nulla, ma non mi sento toccato in prima persona.
Ritengo la mia un’analisi oggettiva, non lamentosa, frutto anche dell’esperienza in Passpack, i cui founder si sono da poco (finalmente per loro) trasferiti negli USA.