Siamo Tutti Wikipedia: No Legge Bavaglio

L’Italia potrebbe stabilire un nuovo, non lusinghiero, record negativo: essere una nazione in cui Wikipedia, la più grande e famosa enciclopedia libera del mondo non può esistere.

Perché in tutto il resto del mondo sì ed in Italia no?

Il merito – si fa per dire – dell’anomalia è del famigerato comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni, come spiega la stessa Wikipedia con il Comunicato del 4 ottobre 2011 che attualmente rende inaccessibile tutta la versione italiana dell’enciclopedia:

Cara lettrice, caro lettore,
in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.
Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Di qualunque parte politica tu sia, fai qualcosa per la libertà di parola di tutti, non solo di Wikipedia; esprimi il tuo dissenso nei confronti della legge bavaglio:

  • se hai un blog scrivi un post o condividi quello di Valigia Blu, come molti blogger hanno scelto di fare
  • twitta con #nobavaglio
  • fai circolare questo messaggio sui social network, tra gli amici, per strada

Update 06.10.11

Un aggiornamento al comunicato di Wikipedia:

Aggiornamento: l’oscuramento di Wikipedia ha suscitato una grande attenzione da parte di media, enti, associazioni e cittadini. Alcune personalità politiche hanno manifestato l’intenzione di presentare emendamenti che porrebbero Wikipedia al riparo dagli obblighi e modalità previsti dal comma 29 del decreto proposto. Il DDL in discussione si trova qui (approvato dalla Camera l’11 giugno 2009, modificato dal Senato il 10 giugno 2010).
Le voci rimarranno nascoste almeno fino alla discussione alla Camera dei Deputati, prevista per la mattinata del 6 ottobre 2011.
Il diritto di usare la Rete come fonte e luogo di conoscenza è e resta la nostra priorità.

Aggiungo che regole giuste che consentano a tutti di esprimere liberamente le proprie opinioni, nei limiti del rispetto reciproco e del buon senso sono un interesse di tutti, non solo di Wikipedia.

Il Cuore del Social Media Marketing

Tutto quello che accade online è in qualche maniera misurabile: i fan (liker) di una pagina facebook, i post, i tweet, il sentiment di tutti questi. E ancora le relazioni che si sviluppano tra i blog e formano i nodi della Rete nella blogosfera.

Questa grande mole di dati diventa di difficile lettura ma vengono in soccorso l’infografica, la social network analysis, tutto ciò che riesce a rappresentare in maniera visuale e più immediatamente percepibile i dati quantitativi.
Ecco ad esempio, quello che accade nel web ogni 60 secondi:


[Clicca sull'immagine per ingrandire. Infographic via lissimattia.com]

Una manna anche per le aziende che hanno bisogno di misurare il proprio sforzo, il proprio investimento e ovviamente il ritorno prodotto [ROI].
Benvengano le rappresentazioni grafiche in luogo di lunghi, anonimi fogli di Excel e asettiche percentuali. Non bisogna dimenticare però che ogni compressione, ogni semplificazione comporta una certa perdita di dati.
Nel caso in cui ci si focalizzi in maniera eccessiva con i dati quantitativi a farne le spese saranno i dati qualitativi.

Quando si parla di Social Media Marketing non si dovrebbe perdere il focus sul primo dei tre termini, sull’aspetto sociale di questa nuova espressione del marketing. In tal senso l’azienda dovrebbe (anche) essere in grado di interpretare e rappresentare se stessa nel contesto socioeconomico in cui opera, attraverso lo strumento dei social network.

In altre parole il social media manager dovrebbe essere in grado di capire se l’azienda è percepita bene dal contesto sociale in cui opera analizzando le interazioni quotidiane con quello che non dovrebbe più essere definito “target”, poiché non è l’oggetto della comunicazione ma la fonte.

I fan di Facebook, i follower di Twitter non sono (solo) numeri, ma anche e forse soprattutto, sono quelle persone inclini a fornire all’azienda stessa, preziose informazioni sul suo grado di integrazione nel contesto sociale. In questo senso anche le critiche sono preziose, perché se interpretate correttamente favoriscono il miglioramento.

Spesso il motivo per cui le aziende faticano nella gestione dei social media sta nel fatto di aver perso la propria dimensione sociale.

Il piccolo artigiano è fortemente radicato nel proprio quartiere, conosce di persona i clienti e probabilmente presta i propri servizi anche a molti dei suoi amici che in qualche modo gli faranno sapere se sta facendo un buon lavoro o se deve modificare qualcosa.
Le grandi aziende fino ad ora hanno dedotto tali informazioni esclusivamente dai dati economici: finché le vendite ed il fatturato crescono va tutto bene.

Colti di sprovvista da strumenti di comunicazione per loro nuovi, tentano di applicare lo stesso modello quantitativo al social media marketing, ma questo non può funzionare allo stesso modo per le relazioni sociali come per i dati economici.

“Dagli elementi quantitativi non si può prescindere”

Sì, certamente vero per un’azienda, difatti non è mia intenzione sostenere che siano inutili o non significativi al contrario, i dati quantitativi sono necessari. Purtroppo però in molti casi non sono sufficienti.

Per prima cosa, in assenza di parametri universalmente validi – al momento impossibili da individuare – è necessario definire dei parametri “ad aziendam”. Ogni caso ha le proprie peculiarità, sottoposte a numerose variabili:

  • mercato di riferimento
  • tipologia di prodotto
  • storia dell’azienda
  • attività pregresse in ambito di comunicazione e social media
  • ed n altre variabili

Solo dopo aver considerato tutte le variabili in gioco è possibile iniziare ad ascoltare, monitorare, e misurare per definire un benchmarking specifico della propria azienda.
Quando si è certi sapere dove ci si trova e dove si vuole arrivare, è giunto il momento di uscire allo scoperto, ovvero aprire gli account ufficiali dell’azienda sui social network ed iniziare a relazionarsi con il mondo esterno in una maniera nuova, basata sui numeri ma senza dimenticare il cuore.

Android Gingerbread su HTC Desire con Cyanogenomod 7

HTC Italia ha comunicato lo scorso mese di giugno che il Desire avrebbe ricevuto l’aggiornamento ufficiale ad Android 2.3 Gingerbread. Tuttavia questo aggiornamento non è OTA [Over The Air], non viene “reclamato” automaticamente dal sistema, è necessario seguire una procedura di installazione manuale consigliata dalla stessa HTC solo ad utenti esperti e, cosa ancora più importante, per eseguire l’aggiornamento sono necessari i privilegi di root, bisogna rootare come si dice ormai in gergo.

Da felice possessore di questo device ho apprezzato lo sforzo compiuto da HTC per non lasciarlo nelle retrovie degli aggiornamenti di sistema, ma considerata la complessità della procedura e il fatto di dover rootare in ogni caso, ho preferito provare il famoso Cyanogenmod, anche per le maggiori prospettive di futuri aggiornamenti.

Per ottenere i privilegi di root ho utilizzato unrEVOked un’applicazione disponibile per molti modelli di smartphone che fa praticamente tutto da sola (invece di eseguire manualmente tutta la procedura).
Il metodo unrEVOked è anche quello consigliato dallo stesso sviluppatore di Cyanogen.

Da lì i passi successivi sono abbastanza semplici, con in più l’accortezza di installare il pacchetto delle applicazioni Google separatamente, operazione necessaria per questioni di tipo legale o qualcosa del genere. Ad ogni modo le applicazioni Google una volta installate funzionano normalmente e si aggiornano tramite Android Market allo stesso modo di tutte le altre.

Giudizio sintetico

Dall’installazione di Android 2.3 Gingerbread su HTC Desire, grazie a Cyanogenmod 7, ho avvertito una maggiore fluidità del sistema operativo, migliore performance della batteria e soprattutto la possibilità nativa di spostare le applicazioni su memoria esterna (tranne quelle native). Questo riduce notevolmente il maggiore difetto del Desire, la carenza di memoria interna del dispositivo mobile di HTC che per il resto è ancora oggi un signor smartphone.

Risorse

Geek Travel Sufferings

Grazie agli smartphone è possibile organizzare i propri viaggi dalla partenza al ritorno, e per i più accaniti è possibile seguire e tracciare i propri spostamenti. Fare check-in con Foursquare o altri tool di geolocalizzazione mobile e così via.

Talvolta però ci si scontra con un mondo ancora non del tutto pronto al mobile thinking :)

Vignetta di Kartun, licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike

Simpaticamente dedicata a: @LeFrecce

Castrato di Google Plus

Google Plus mi piace tantissimo. E lo odio allo stesso tempo.
Vorrei utilizzarlo di più, ma non posso – o per lo meno non ho ancora trovato la maniera per farlo.

Vorrei poter postare su Google Plus da Twitter, come faccio su Facebook grazie a Selective Tweets, che mi permette di utilizzare l’hashtag #fb quando voglio che il tweet compaia anche sulla mia bacheca.

[Twitter ha da poco attivato la funzione automatica di condivisione dei tweet su Facebook, ma non la utilizzo e sconsiglio di farlo, perché i due social network hanno finalità diverse tra loro e molto spesso pubblici differenti.
Se non sei sicuro che la maniera in cui utilizzi entrambi e che le persone che ti seguono su Facebook e su Twitter coltivino gli stessi interessi, non dovresti crosspostare]

Tornando a Google Plus, non si può postare da Twitter – forse è possibile con qualche plugin di terze parti che però non voglio installare – la condivisione non è possibile o è difficoltosa dalla maggior parte dei device mobili. Dove è disponibile è comunque limitata.

Anche il pulsante +1 non è ancora così efficiente, forse sarebbe ora che Google cominciasse a spingerlo per fare in modo che si diffonda e che funzioni al meglio.

Quanto ancora dovremo aspettare prima che Google renda il suo social network pienamente funzionale?
Non mi interessa nulla del fatto che possa o meno essere un rivale di Facebook, mi piacerebbe poterlo usare con la stessa semplicità. Non piacerebbe anche a te?

PS.
Questo è il mio account su Google Plus

Social Media Summer

Ci risiamo, è di nuovo quel periodo dell’anno in cui Internet si svuota e l’Italia si ferma. Peccato che per molti aspetti non ce lo potremmo permettere, ad esempio quelli legati all’economia.

Non divaghiamo sui massimi sistemi però, restando alle piccole cose di questo blog, fermo già da qualche settimana, le trasmissioni riprenderanno a settembre, forse.
Dico forse perché sempre più frequentemente negli ultimi anni, bloggare è diventato un impegno più che un vero piacere, e così non va.

Probabilmente a settembre riorganizzerò meglio il mio personale social media mix, fino ad allora mi potete trovare su:

Twitter @markingegno fortemente orientato allo sharing di contenuti in tema di social media — quello che leggo e che mi piace condividere perché credo possa essere interessante.

Facebook, fun & real life, con ogni probabilità se non ci frequentiamo quello che scrivo lì non ti interessa, anzi potresti farti una cattiva idea di me :)

Ed ovviamente Google Plus, che grazie alle cerchie mi permette di fare entrambe le cose selezionando le persone a cui mi rivolgo.

E tu, astinenza totale o userai qualche social media durante le vacanze?

Brand e Social Media in Italia: Facebook, Youtube e Twitter le Star del Momento

Presentato il primo report relativo al settore Consumer Electronics dello studio condotto da OssCom, Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica, e Digital PR [agenzia per cui lavoro - full disclosure].
L’infografica qui sotto riassumo il primo risultato dello sforzo compiuto dall’Osservatorio su aziende e social media.


Clicca sull’immagine per ingrandire, o leggi la relativa digital media news release.

Ecco alcuni dati emersi, al di là della classifica delle aziende più attive sui social media:

  • Accanto a Facebook si consolida il ruolo di YouTube e della comunicazione video – 12 su 20 aziende alimentano costantemente un profilo aziendale ufficiale con contenuti in lingua italiana
  • È emergente il ruolo di Twitter – 9 aziende su 20 hanno un profilo ufficiale in lingua italiana
  • Il blog aziendale perde importanza – fino a pochi anni fa sembrava lo sbocco naturale dell’evoluzione della comunicazione aziendale sul web

I prossimi settori che saranno analizzati, dopo Consumer Electronics, saranno: Automobili, Banche/Assicurazioni, Retail /Grande Distribuzione e Servizi.

Per ricevere il report integrale compila il form sul sito di Digital PR.

Social Tv – Tre Domande a: Andrea Materia

Una chiacchierata tra social-tv e futuro della televisione con Andrea Materia, autore insieme a Michele Bertocchi di Social King, una delle prime – se non la prima in assoluto – trasmissione Rai con un forte legame con la Rete e con i social network.

Social King si propone come “il primo game show interattivo in onda sulla RAI”. Che tipo di risposta avete ricevuto dal pubblico?

Posso fare il padre orgoglioso? Nel giro di appena 35 puntate Social King è diventato un cult del web. Pur andando in onda su RAI 2 tra le 9 e le 10 di mattina nel fine settimana, in orario oggettivamente scomodo rispetto alle abitudini di consumo televisivo della nostra target audience (gli inafferrabili 13-25 anni), stiamo per raggiungere i 30.000 iscritti su Facebook. La nostra Fan Page viene continuamente clonata, l’altro giorno abbiamo scoperto un trio di abusivi con migliaia di iscritti.

Per mettere in contesto, abbiamo 10 volte più sostenitori social della media delle fiction RAI, da soli il quadruplo della Fan Page ufficiale dell’intera RAI 5, assai attiva su Facebook con dirette e interventi mirati. Per restare in casa RAI 2 siamo già il 50% sopra L’Isola dei Famosi. E ce la giochiamo alla pari con MTV, che su teen e giovani adulti è un brand campione; superiamo TRL, un tempo la trasmissione di punta di MTV Italia, e siamo alla pari con Hitlist Italia.

Beninteso, quel che conta non è il numero grezzo di fan, è il loro tasso di interattività. Oltre 1.000 commenti al giorno tra Facebook e Twitter, con esplosioni di engagement durante le dirette, quando il lavoro per i nostri moderatori diventa davvero forsennato; ci scrivono e riscrivono perché sanno che rispondiamo sempre a ogni domanda, nel giro di minuti, raccogliamo i suggerimenti, lasciamo a loro moltissime decisioni editoriali, e li sollecitiamo giorno dopo giorno con sondaggi, video, foto, micro-show dei conduttori e contenuti redazionali extra.

Richiede un impegno non indifferente. Invitare un ospite vip è molto, molto, molto più facile. Ma un ospite vip non ti porta una sentiment analysis al 99% positiva come la nostra, un record. Le rilevazioni Auditel ci fotografano tra il 3 e il 4%, da ritoccare al rialzo se ci limitiamo ai demografici chiave. Non siamo certo nella Top 10. Eppure c’è stata una forte, inattesa richiesta di spazi da inserzionisti di pregio. A questo punto mi chiedo, oggi come oggi, quali statistiche abbiano maggior peso specifico: proiezioni concepite per l’epoca delle masse anonime e dei Gross Rating Points o decine e decine di migliaia di spettatori social, che condividono le loro esperienze con il broadcaster mettendoci nome, cognome e foto profilo?
Se rinascesse su basi 2.0 il vecchio indice di gradimento pre-1986, voleremmo in testa alle classifiche RAI. Basta fare un veloce scroll down della nostra bacheca per sincerarsene.

Quali sono gli elementi di innovazione che vorresti sottolineare nel format di Social King?

Mi piace dire, nelle conversazioni interne all’azienda, che per molti versi siamo diventati virali quanto gli argomenti che trattiamo.
Argomenti che rappresentano insieme al linguaggio e alla liturgia del programma la vera chiave di lettura del nostro exploit. Raccontiamo la rivoluzione dei social media attraverso un gioco, divertendo, ma con rigore nell‘uso della terminologia e attenzione maniacale alle ultimissime novità, o meglio, alle ultime meme. Insieme al contatto diretto e senza filtri online è il merito che i ragazzi ci riconoscono più spesso. Non c’è niente di simile sul mondo di Internet, che poi è il mondo di tutti i giovani, nei palinsesti italiani.

Dunque non solo quiz interattivo, ma infotainment, e confermando la linea delle ibridazioni che mi affascina da una vita, anche talent show. Tutto insieme in un unico format. Una scommessa autorale e una sfida tecnologica. È stato un grande rischio – la struttura RAI e il direttore Gianfranco Noferi ci hanno sostenuto con coraggio per nulla scontato – ma era il momento giusto per tentarla.
In un ecosistema mediatico che si scopre multischermo, Social King è il primo a coinvolgere in tempo reale il pubblico multischermo, facendogli decidere chi vince e chi perde in diretta tramite il meccanismo dei Mi Piace. Internet e TV, in simultanea, l’una al servizio drammaturgico dell’altra. Abbiamo testato con successo il voting su Facebook con largo anticipo sulle edizioni americane di X-Factor e American Idol, che ora ci si sono lanciate sopra.
Di “siamo stati i primi” ne possiamo dire tanti… Siamo il primo quiz che ha aperto ai motori di ricerca, al punto da consentire ai concorrenti di farsi aiutare via chat da casa. Forse è un primato mondiale.

Siamo la prima vetrina live sulla TV generalista per le nuove star esplose su YouTube: vlogger, tutorial guru, musicisti, comici e filmmaker, da ogni parte d’Italia e non solo (abbiamo ricevuto candidature persino dal Belgio e dalla Francia). È un universo parallelo che letteralmente pulsa di vitalità artistica e creativa. Ed è un universo già mainstream, se guardiamo le statistiche di Tubo-visualizzazioni. Noi lo facciamo incontrare con il mainstream televisivo, e nascono le proverbiali scintille.

Anche qui, peraltro, adottando soluzioni di casting mai tentate in precedenza, user-generated. Sono i navigatori e la YouTube community a spingere nei nostri studi i più validi interpreti dell’intrattenimento 2.0, con i bottoni appositi sul sito ufficiale o banalmente postando video sul nostro wall. La grande maggioranza dei nostri concorrenti non si è auto-proposta, né l’abbiamo scovata noi, è stata richiesta dai nostri utenti. Credo si evinca all’istante guardando i volti di Social King. Persone normali, brillanti, garbate, lontane anni luce dai rotocalchi di gossip per shampiste. Gli internauti hanno scelto per noi e hanno scelto di escludere belli senz‘anima e fenomeni da baraccone. È un segnale importante, un passaggio che credo presto influenzerà lo scenario televisivo.

A proposito di “televisione del futuro”, molto interessante il progetto Next-Tv.it. Come è strutturato e quali sono le sue finalità?

Permettimi una premessa. Tre anni fa ho inaugurato su key4biz la mia primissima rubrica settimanale, NewTV. Da quel momento ho dedicato ottima parte del mio tempo cosciente a scrivere di scenari televisivi in trasformazione, studiare e poi sintetizzare in 4.000 caratteri cadauno modelli di business di incumbent e start-up di settore, rileggere i codici drammaturgici a cui si ispirano i format radiotelevisivi e cercare di capire in che modo la transizione a un mercato multischermo li costringa a cambiare. Un lavoro, ti confesso, fisicamente devastante. Tenendo conto peraltro che va ad aggiungersi a quello di autore televisivo, già per sua natura life consuming, privo di qualsiasi pausa.
Il sonno l’ho cancellato dal vocabolario. Il risultato però è liberamente consultabile da tutti online, è condiviso ed embeddato, non ammuffisce su scaffali di polverose librerie analogiche, e questo mi riempe di orgoglio.

Next-TV, il progetto editoriale che Corecom Lazio mi ha affidato nel 2010 e su cui ho accumulato ormai oltre 400 interventi (per i due terzi non firmati), si sta imponendo come punto di riferimento per l’aggiornamento quotidiano sull’universo dell’online video e della TV interattiva, tanto Internet quanto Social TV. Andiamo forte tra gli addetti ai lavori, i blogger, gli YouTuber, il mondo accademico, i videomaker emergenti, i politici interessati ai nuovi media. È un’utenza molto, molto qualificata, oserei dire “influente“.

L’obiettivo è offrire strumenti per affrontare le sfide della neonata filiera crossmediale. Una visione a mio parere estremamente innovativa della mission della pubblica amministrazione, di cui si è fatto interprete e fautore il presidente di Corecom Lazio e del Coordinamento Corecom italiani Francesco Soro.

Contestualmente dirigo anche Oltre La Siepe, il periodico in pdf di Lombardia Film Commission fondato dal leggendario Alberto Contri. La filosofia della rivista è sempre di interpretare e raccontare le nuove frontiere dell’audiovisivo, ma qui con un occhio di riguardo al cinema, la fiction e la pubblicità virale. Siamo arrivati all’ottavo numero in un anno e mezzo, il nono è in lavorazione. Per via della cadenza, all’incirca bimestrale, l’enfasi non è sulle news, bensì sull’approfondimento monografico.

Se mi chiedi qual è stato finora l’argomento che più mi ha divertito sviscerare su Oltre La Siepe, ti stupirò: la morte delle daytime soap (ma è già tempo della loro resurrezione in formato streaming). Non le seguo per intuibili motivi di tempo, ma sono sempre stato affascinato dalle soap. Vederle ridotte a uno sparuto gruppetto di superstiti da disastro nucleare, abbandonate dagli sponsor e tradite dal target femminile sedotto dai browser games di Zynga, è uno shock.

In realtà c’è anche una terza mia pubblicazione in corso, ma è un blog ad accesso riservato per RAI Marketing Strategico. Spero però che a fine 2011 vengano raccolti i report più significativi in un e-book, sulla falsariga de Gli anni della NewTV.

Quali programmi secondo te potrebbero creare le migliori interazioni con i social media?

Qualsiasi tipo di trasmissione in diretta – dai grandi eventi sportivi, musicali e glamour ai talk, dai reality ai talent giù giù a scendere nelle gerarchie dei palinsesti fino alle previsioni meteo – è potenzialmente associabile ai flussi in tempo reale dell’ecosistema social. Non a caso GoogleTube e Facebook stanno investendo pesantemente nello sviluppo di infrastrutture proprietarie per il live streaming; quanto potranno o meno diventare una seria minaccia ai broadcaster tradizionali è naturalmente funzione dei contenuti che andranno ad acquisire/finanziare e travasarci dentro.

L’interazione è più mediata invece per i seriali, sia sitcom che drama, ma non per questo meno incisiva. Le conversazioni online post-puntata, lungo il filo di hashtag ufficiali o ufficiosi, blog e bacheche di Fan Page, esprimono ormai il segmento di pubblico più rilevante per gli inserzionisti, perché il più coinvolto.
Il telefilm che rinuncia a definire un’idonea strategia sui social media non perde solo traffico sulle sue destinazioni web di riferimento, perde l’opportunità di diventare una “esperienza” di intrattenimento estesa 7 giorni su 7. Questo si traduce in ascolti deboli, soprattutto sul versante del consumo time shifted. Niente community, niente audience: le indicazioni che arrivano dalle ultime stagioni televisive USA sono chiare al riguardo.

Siamo noi visionari o la televisione italiana poco propensa alla sperimentazione?

Donato, sicuramente noi due, per forma mentis, tendiamo a guardare avanti. Talvolta un po’ troppo avanti per le consuetudini di una televisione improvvisamente in crisi d’identità, dove le generaliste hanno il budget, ma nel tentativo (opinabile) di mantenere dimensioni di massa trattenendo un pubblico perlopiù over 50 evitano rischi e formule inedite, mentre emittenti tematiche e web TV, pur rivolgendosi ai famigerati 18/49 anni, hanno scarsità di fondi per i contenuti originali. Non si potrà proseguire a lungo così, ma il ricambio generazionale in Italia è notoriamente un processo eventuale; non sempre avviene. Negli ultimi venti anni non è avvenuto.

Per quanto mi riguarda, continuerò a sperimentare, finchè ci sarà chi crederà nelle mie idee. Ho milioni di nuove formule editoriali in testa, nel solco di quanto porto avanti dal 2004, sul digitale terrestre, a Radio 2 e sulla stessa RAI 2, quasi sempre insieme al mio collega e co-autore Michele Bertocchi. Ma solo oggi la penetrazione dei social network nel vissuto quotidiano e l’imporsi della Streaming & Sharing Generation mi ha permesso di esprimere in pieno il potenziale di interattività della TV. E di realizzare una significativa operazione di servizio pubblico.

Adesso vorrei cimentarmi con un pubblico più adulto, di seconda serata, su format di infotainment di profilo alto (il che non significa non appetibili per uno sponsor, al contrario). Vorrei poter derogare ai vincoli normativi giustamente imposti alla programmazione per ragazzi, evadere con eleganza dal legittimo, e tuttavia statico, aplomb istituzionale RAI.
Obiettivo: interattività e fruizione multischermo del prodotto. È la mia specialità, è la TV su cui punto tutto.

Andrea Materia è su LinkedIn e Facebook

Lo Stato di Google

Steven Levy, l’autore di “In The Plex: how Google thinks, works and shape our lives”; Business Insider ha intervistato Levy e dalla conversazione sono emersi alcuni punti piuttosto interessanti che ci aiutano a comprendere le strategie di Google.

Google e l’innovazione

Mi è capitato di sentire da più parti dire che Big G non sarebbe più in grado di innovare perché è ormai un’azienda troppo grande, lontana da quella startup che con il proprio innovativo motore di ricerca ha cambiato la storia della Rete. Forse non è esattamente così se:

  • Larry Page pensa che la tecnologia sia in grado di svolgere compiti che oggi ci appaiono impossibili – come le auto che guidano da sole – per questo Google lavora su progetti che ai più possono sembrare fantasiosi
  • Esiste infatti una divisione che si chiama Google X – secondo quanto riferisce Levy – di cui Google non parla, che lavora su progetti segreti

Google e il Social

  • Google teme molto Facebook ed in particolare la grande quantità di informazioni che sono celate dentro il suo “giardino parzialmente murato”.
  • Tuttavia Google non ambisce a creare social network rivale di Facebook, ritiene che gli basti essere “abbastanza social” da costringere Facebook a permettergli di eseguire la scansione di quei dati
  • Google vuole acquisire Twitter. L’unico motivo per cui questo non è ancora successo sta in alcune complicazioni burocratiche e per il fatto che il suo Founder ex di Google (Evan Williams) non voglia tornare nel Google Plex

Google e il Mobile

  • Android è una realtà, ma non bisogna dimenticare che Google non guadagna direttamente vendendo Android agli operatori di telefonia mobile. Android viene rilasciato gratuitamente.
  • Google vuole che Chrome funzioni davvero. Il browser web rappresenta meglio la visione di come dovrebbe funzionare il mondo secondo Mountain View, di quanto non faccia Android.

Google e Finanza

Dal punto di vista economico, non mi sorprende affatto, quanto riporta Levy, cioè che Google non è sensibile alle oscillazioni del proprio titolo in borsa:
Google doesn’t mind it when the stock price goes down for a while. That makes it easier to hire people on the promise of upside.

Google doesn’t mind it when the stock price goes down for a while. That makes it easier to hire people on the promise of upside
Display ads are now a multi-billion dollar business and YouTube is breaking even. But yeah, search is still the only business of theirs that matters

Altre informazioni sono riportate su Business Insider, oppure puoi ascoltare il podcast dell’intervista integrale.

Pagare col Cellulare: Google Wallet

Pagare con il cellulare è uno dei sogni proibiti di ogni nerd. Google sembra intenzionato a renderlo realtà grazie a Wallet e al suo impegno nell’ambito della Near Field Communication [NFC].
Personalmente sono il campione mondiale di uscita di casa con portafoglio vuoto. Odio il contante, e se non fosse per le esorbitanti (a mio giudizio) commissioni userei sempre bancomat o carta di credito. Oppure in un prossimo futuro, il cellulare, grazie a Google Wallet.

In the past few thousand years, the way we pay has changed just three times—from coins, to paper money, to plastic cards.
Now we’re on the brink of the next big shift.

Google Wallet è un’applicazione Android che promette di trasformare il cellulare in un portafoglio. Ecco come funziona:

Al lancio sarà possibile effettuare pagamenti tramite il circuito Citi® MasterCard® o con le carte prepagate di Google. Basterà avvicinare il cellulare al lettore del venditore e confermare la transazione.

Il limite al momento è che il servizio è disponibile solo negli Stati Uniti e soprattutto solo solo con cellulari Nexus S, anche se Google dice:

Over time, we plan on expanding support to more phones.

Superfluo aggiungere il non trascurabile dettaglio che Google Wallet si sincronizza con Google Offers, riducendo così la distanza tra Voglio e Preso! a due soli tap sul cellulare. Gli/le shopping victim sono avvisati, e anche le aziende che vogliono proporre le proprie offerte online.