L’attività medica si fonda sul giuramento di Ippocrate, con cui il medico si impegna ad anteporre la vita del malato sopra ogni cosa. Tra le altre cose egli giura di:
- perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;
ma anche di:
- esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento;
- astenersi da ogni accanimento diagnostico e terapeutico;

Dunque non tiene fede al proprio giuramento, quel medico che, conoscendo una terapia anche solo potenzialmente efficace, si ostina a volerne seguire una alternativa, mettendo a rischio la salute del paziente.
Allo stesso modo, non rispetterebbe il proprio giuramento quel medico che, sapendo di imporre sofferenze o gravi effetti collaterali al proprio paziente (accanimento terapeutico), ed avendone la possibilità, non faccia almeno un tentativo nel percorrere delle vie alternative, sebbene non ufficialmete riconosciute, quando queste offrono un minimo di attendibilità. Per minimo di attendibilità, si intende degli studi scientifici, che sebbene non siano ancora sufficientemente sistematici ed articolati da essere accolti dalla medicina ufficiale, sono certamente sufficienti a porre il dubbio che quelle terapie possano essere efficaci.
Detto questo, considero una trovata dialettica meschina, affermare che “L’omeopatia uccide” associando a questa affermazione una storia triste, ma che si spiega con una semplice considerazione: chiunque, avendo un proprio caro malato, e non vedendolo compiere progressi con una terapia, l’avrebbe cambiata, a maggior ragione se ce ne fosse una riconosciuta come efficace.
Quindi non si può dire che la morte del bambino, in quella storia, sia stata causata dalla omeopatia, ma tutt’al più dalla stupida ostinazione di chi ne ha gestito il decorso.
L’errore sta nell’interpretare il termine “alternative”, che non dovrebbe essere letto come “in contrapposizione” [aut aut] rispetto alla medicina tradizionale, ma come possibilità altra, da vagliare quando la prima, quella ufficiale non offre soluzioni, o impone dei costi (effetti collaterali) troppo alti, tali da penalizzare in ogni caso la qualità della vita del paziente.
Per mia sfortuna ho spesso avuto a che fare, con medici ed ospedali. Nel corso degli anni ho visto medici opporsi con tutta la propria forza a medicine nuove, e parlo di medicina tradizionale, non alternativa, per il fatto che “non offrono le stesse garanzie di quelli preesistenti”. Se non ci fossero stati medici coraggiosi, capaci anche di andare contro gli interessi delle case farmaceutiche per il bene dei propri pazienti, e provare quelle medicine nuove, magari in casi particolari, dove quelle preesistenti non mostravano efficacia, non si sarebbero fatti progressi, perché quelle medicine nuove, ora, sono nel protocollo standard.
Non sono un medico, ed infatti il mio approccio alla vicenda non è medico, ma pragmatico; non so se le medicine alternative riusciranno mai ad entrare nel protocollo della medicina ufficiale, forse un giorno si stabilirà con certezza che non rientrano neppure nel campo della medicina; chissà, un giorno. Ma oggi so per certo che queste (pseudo?) medicine ledono molti interessi e per cui non mi stupisco quando vengono attaccate in maniera subdola e pretestuosa, con lo stesso atteggiamento di gretta chiusura con cui si contrappongono abortisti e anti-abortisti, ad esempio. Gli uni pronti a chiamare assassini gli altri.
Prendo le distanze da questo atteggiamento, non sono né un fan delle medicine alternative, né un detrattore. Valuto al momento, in base alla contingenza.
Quando mi trovo di fronte ad un bivio, e so che una strada mi porterà sicuramente a destinazione, ma facendo un percorso lungo e tortuoso, pieno di buche, mentre l’altra via so per certo che non presenta asperità, ma non sono sicuro che mi porti a destinazione, valuto il tempo che ho a disposizione, pro e contro, e decido. In qualche caso potrebbe convenirmi seguire il sentiero nuovo, e tornare indietro se non mi porta da nessuna parte. In altri casi, invece, potrei avere la necessità di percorrere la via che sicuramente mi porta a destinazione, anche lì, salvo tornare indietro se le cose si mettono male e mi rendo conto che non è proprio percorribile.
Non ho e non voglio una fede che mi dica quale delle due strade seguire, voglio poter scegliere con il consiglio di un medico che non abbia una fede nemmeno lui, nella consapevolezza che l’una è medicina ufficiale, l’altra, aspira ad avere la stessa scientificità, ma ancora non è detto che l’abbia.