Wordpress per Android

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È disponibile nell’Android Market l’applicazione ufficiale Wordpress.

Mi ha dato qualche “Force Close” prima di riuscire ad inserire questo post, ma siamo solo alla 1.0 c’è tempo e margine per migliorare.

Per ora inoltre non vedo grandi differenze con WpTogo, ma val certamente la pena di installare questa applicazione gratuita monitorarne i progressi.

Update dai commenti:

  • Tambu mi fa notare che Wordpress per Android È WpTogo, ribrandizzata.
  • Il post, compreso lo screenshot è stato scritto e pubblicato da Android, grazie all’applicazione Wordpress realizzata per l’OS di Google

I Social Media Secondo Tre Italia. Intervista a Massimo Cavazzini

Seconda intervista con il modello “tre domande più una” dopo quella a Gianluca Diegoli, online manager Ducati, pubblicata settimana scorsa. E’ la volta di Massimo Cavazzini, Web Manager in Tre Italia.

Ecco la bio-line di 140 caratteri che Massimo ha scelto per presentarsi:

Blogger, giornalista, appassionato di nuove tecnologie, come Web Manager in 3 Italia si occupa di comunicazione, marketing e social media.

tre twitter

1# Molte aziende hanno paura di aprirsi alla comunicazione tramite i social media, specialmente quando i clienti sono milioni perché temono che la fisiologica percentuale di scontenti tra loro, finisca col prendere il sopravvento, quasi aggredendo l’azienda.
Come è arrivata H3G ai social media che oggi utilizza, quali sono stati i passaggi intermedi e come sono stati affrontati questi legittimi timori?

I ‘luoghi virtuali’ in cui le persone condividono esperienze e parlano dei prodotti e servizi delle aziende non sono nati con i social network. Basti pensare dalle vecchie BBS, passando dai newsgroup usenet fino alle decine di forum dei siti verticali nati durante il boom della new economy. Piazze virtuali in cui, che l’azienda sia presente o meno, le persone si incontrano e discutono. In altre parole, non è l’assenza dalla piazza virtuale a poter impedire ai clienti scontenti di parlare male di prodotti e servizi, per cui ogni azienda dovrebbe almeno porsi in modalità ‘ascolto’, qualsiasi sia il canale da cui le voci provengono. La reputazione on line non è data dalla presenza dell’azienda, ma dalle voci dei clienti che ne parlano.

Partendo da questo presupposto, il passaggio dall’ascolto alla comunicazione è stato un passaggio graduale ma naturale: dal 2007 alcuni dipendenti 3 (molti dei quali giornalisti, appassionati di web e marketing) hanno iniziato in sordina a curare gli account ufficiali dell’azienda finché nel 2009, con la creazione di un’area Internet, sono state raggruppate le funzioni di comunicazione, marketing e social media.

Ufficializzare i team di lavoro, comunque, non ha significato cambiare le modalità di approccio alle discussioni on line né cambiare la strategia di comunicazione, quanto piuttosto dare una struttura dedicata ad attività ritenute strategiche da 3. Il cliente di oggi ha imparato a usare gli strumenti offerti dal Web, vuole essere coinvolto, ascoltato, cerca in un’azienda non solo convenienza ma anche coerenza e trasparenza. Noi cerchiamo di comunicare questi valori, nel 2010 avremo ulteriori progetti per migliorare la conversazione con il nostro ‘pubblico’.

2# Facebook, ma soprattutto Twitter e Friendfeed sono strumenti di comunicazione veloci, orientati al real time. Quanto più aumentano le dimensioni di una organizzazione, invece, tanto più numerosi sono i passaggi necessari a prendere una decisione, ed il tempo che questo comporta. Quanto è importante dinamiche snelle di gestione dei social media, e come ha affrontato il problema H3G?

Ci troviamo di fronte ad un cambiamento epocale, un comunicato stampa oggi non può avere una genesi di settimane perché la velocità della comunicazione sta aumentando. Non esiste una regola aurea che definisce il numero di passaggi necessari prima di arrivare a comunicare, una grande organizzazione per comunicare al meglio deve saper accelerare nei momenti giusti e frenare quando è il caso coordinando tutte le funzioni aziendali coinvolte. Per i progetti di maggiori dimensioni si lavora gomito a gomito con l’ufficio stampa e con le funzioni aziendali coinvolte, perché dire troppo potrebbe ‘bruciare’ un articolo in arrivo sulla stampa cartacea e allo stesso tempo non dire nulla farebbe mancare la giusta ‘spinta’ comunicativa di un nuovo prodotto o servizio. Per i progetti di minori dimensioni o la comunicazione day-by-day, è il team social media a dettare il ritmo: in questo senso di è giornalisti all’interno dell’azienda, si va a caccia di notizie da pubblicare per i propri lettori.

Credo che il comunicare sui social media sia una delle tante sfaccettature della comunicazione, non un mondo a sé stante; il real time accelera le dinamiche, ma non distrugge le basi della comunicazione classica. Da un lato serve esperienza nelle ‘vecchie e care’ relazioni pubbliche, dall’altro una solida conoscenza di Internet e delle sue dinamiche: solo con questo mix si può avere la sensibilità di capire cosa si può scrivere e quando. Mi piace pensare ai comunicatori 2.0 come ‘comunicatori on the edge’, sempre sul filo e sempre in cerca dell’equilibrio tra il poter dire e non dire, tra l’anticipare una notizia e dare un’informazione errata perché troppo in anticipo.

In aziende ad alta innovazione come 3 spesso i progetti nascondo mesi prima, comunicarli troppo in anticipo vuol dire bruciarli, comunicarli troppo tardi significa aver perso l’occasione di creare attenzione e attesa. Prendiamo il caso dell’iPhone: è bastato il twit ‘questa estate la frutta sarà bbbona’ per scatenare le speculazioni e, pochi giorni dopo, ‘3 morde la mela’ per creare un’attenzione incredibile. Si è trovato un equilibrio perfetto perché la notizia ormai era passata, ma i dettagli sull’offerta sono stati poi comunicati nello stesso momento su tutti i canali.

3# Il successo di un’azienda è dato dalla qualità dei suoi prodotti/servizi, e quindi dalle strategie di marketing adottate dall’azienda per migliorarli e renderli corrispondenti ai bisogni dei clienti. Che ruolo hanno o possono avere i social media in queste dinamiche?

Recentemente ci siamo accorti di un piccolo bug sui sistemi proprio grazie ad una segnalazione sulla bacheca Facebook. Credo che abbia poco senso ascoltare le conversazioni, prenderne parte per poi lasciar cadere nel vuoto l’enorme valore racchiuso in quelle stesse conversazioni. Ecco perché il team che lavora sui social media è come il commesso di un negozio che sta al bancone e parla con i clienti. Il resto dell’azienda, però, è nel retrobottega ed è il commesso che si fa carico di portare le richieste dei clienti nel retrobottega perché vengano soddisfatte. Ogni singolo suggerimento viene letto, valutato, se ritenuto valido e applicabile viene indirizzato al dipartimento aziendale competente: è ovvio che non tutti i suggerimenti diventeranno parte della strategia di marketing così come è evidente che spesso l’azienda si accorge di problemi o errori prima dei grazie agli strumenti di analisi clienti (ma può passare tempo prima che riesca a porvi rimedio), però l’insieme delle conversazioni è un termometro gratuito e in tempo reale a cui deve essere dato il giusto peso. Ascolto, conversazione, analisi, implementazione: lasciare indietro anche solo uno dei passi elencati significa non sfruttare appieno le potenzialità del Web 2.0

+1# E se un’azienda non ha una buona reputazione? È meglio che si tenga lontana dai social media?

Come detto prima, che l’azienda ci sia o non ci sia i consumatori comunque sono sul Web, parlano dei prodotti e dei servizi, esprimono opinioni e si scambiano impressioni. L’azienda che ha una cattiva reputazione non può sperare, solo attraverso i social media, di ribaltare le opinioni negative trasformandole in positive: semplicemente esserci non può fare miracoli sulla reputazione on line. I social media, come ogni altro strumento di comunicazione, possono certamente aiutare a migliorare la reputazione dell’azienda, ma sono solo un elemento della strategia. In altre parole, qualsiasi azienda che vuole migliorare la propria reputazione dovrebbe partire dal migliorare il prodotto o servizio oggetto di critiche, e poi comunicare questo miglioramento.

Il Multitouch su Android HTC Magic

Ho acquistato l’HTC Magic nel mese di giugno scorso. Da allora ho cambiato cellulare altre due volte. Senza spendere un Euro. Ho semplicemente “rootato” il cellulare (abilitato i permessi di root) e quindi installato una nuova ROM.

L’hardware rimane lo stesso, il sistema operativo è sempre Android, ma in una nuova versione. Dopo aver provato la ROM RA-ION, domenica scorsa sono passato a MyHero, derivata da Android 1.5 con interfaccia Sense, che dovrebbe essere quella introdotta con l’HTC Hero.

Il fatto in sé di poter cambiare la ROM e quindi l’anima del cellulare è strepitoso. L”emozione è un misto tra l’acquisto di un nuovo dispositivo e quella euforia che può dare la prima installazione di Linux, quando sai di aver fatto una cosa tutto sommato semplice, ma che comunque hai compiuto con le tue sole forze.

In effetti rootare l’HTC Magic ed installare una nuova ROM non è una procedura particolarmente complessa, però composta di diverse fasi. Avere un quadro completo di queste fasi, prima di iniziare la procedura mi avrebbe aiutato, quindi provo a sintetizzare qui, a beneficio di chi ci volesse provare.

Quanto segue riguarda HTC Magic 32A (Tim). Se il tuo Magic è marchiato Vodafone devi cercare la guida specifica. Le procedure che descrivo sono comunque potenzialmente pericolose per il dispositivo, decidi a tuo rischio se procedere.

Primo contatto.

Tutte le operazioni si svolgono attraverso il dialogo tra il pc ed Android. Per poter stabilire questo dialogo ti serve la SDK, il kit di sviluppo. Installalo, lancia l’exe, e dal programma che si apre scarica anche i driver usb, sono fondamentali. Questa videoguida spiega bene l’operazione passo dopo passo.

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La videoguida ti porta fino al momento in cui si stabilisce una possibilità di dialogo tra pc e smartphone, tramite le funzioni ADB. In pratica non è successo ancora niente, ma senza questo passo tutti i successivi non sarebbero possibili.

Nuova Recovery.

La recovery, in termini da profano è una sorta di bios di Android; è necessaria per compiere alcune operazioni preliminari rispetto alla installazione della nuova ROM, ed in particolare:

  • creare un backup completo con Nandroid (utile anche per riportare il telefonino allo stato di partenza, come appena uscito dalla fabbrica)
  • fare un wipe, ovvero una cancellazione completa dei dati dal telefonino, necessaria per evitare incompatibilità e sovrascritture. Come si può intuire questa operazione comporta la perdita di tutti i dati, e delle applicazioni precedentemente installate, ma sappiamo anche che i dati dei contatti con Android vengono sincronizzati da gmail, e che le applicazioni sono sempre disponibili nel Market, quindi poco male.

Per compiere queste due operazioni, dunque abbiamo bisogno di una nuova recovery. La prima volta la faremo avvieremo tramite un programmino detto Fastboot, sempre da terminale. In seguito installeremo la nuova recovery direttamente sul cellulare per non dover ogni volta ripetere l’operazione.

La seconda videoguida di android8 spiega come fare, passo dopo passo, fino alla installazione della nuova recovery. Poi prosegue con l’installazione della ROM, che a ben vedere è la parte più semplice.

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ROM Modificata.

La prossima volta che vorremo installare una nuova ROM, avremo già la possibilità di comunicare con cellulare dal terminale del pc, e non avremo nemmeno bisogno di installare una nuova recovery (salvo casi particolari).

La scelta della ROM da installare è caduta su MyHero perché mi aveva molto impressionato un video visto sull’interfaccia Sense dell’Hero. In effetti è sia esteticamente che per funzionalità un’ottima interfaccia.

Prima di lanciarsi in avventure, consiglio una lunga approfondita lettura del wiki di Androidworld, per comprendere i termini e i numerosi passaggi che qui sono appena accennati. Io ho trovato molto utile seguire contemporaneamente le videoguide ed il wiki.

Mio Eroe! (MyHero)

Inutile nascondere la piacevole sorpresa nello scoprire il multitouch sia nel browser, in quello predefinito (non solo in Dolphin Browser) che nella gestione delle immagini. La risposta al tocco delle due dita è veramente sensibile e precisa, molto comoda da usare ed efficace. Nulla da invidiare ad iPhone o iPod Touch.
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Adoro poi la gestione dei contatti di Sense, che mette al centro l’individuo. Scegliendo un contatto puoi visualizzare tutti gli strumenti di comunicazione, dall’sms alla mail, ai social network, tutti riaggregati intorno alla persona. Fantastico.

Non sono tutte rose e fiori, qualche elemento di perplessità su questa ROM c’è:

  • è sviluppato a partire dalla ROM 1.5, mentre è già disponibile da tempo la 1.6 (Donut), ma come si concilia questo con il fatto di avere una delle interfacce più belle che io abbia visto su Android, la Sense?
  • nel Market non trovo la versione 3.3 di Google Maps; sul telefonino era preinstallata la 3.1, ma non è possibile aggiornarla, perché?
  • nel Market sembra non esserci nemmeno Goggles per la ricerca tramite immagini; non che non si possa vivere senza, ma vorrei capire perché, visto che con la ROM precedente invece c’erano. E’ (anche) questa la differenza tra 1.5 e 1.6?

Dubbi che cercherò di dissipare prossimamente, tu puoi darmi una mano a capirci di più?

Ducati e Social Media: Intervista a Gianluca Diegoli

Ho chiesto a Gianluca Diegoli di rispondere a 3 domande +1 sulla relazione tra social media e azienda, visto il suo ruolo di Online Manager per Ducati.

Bio Line, in 140 caratteri; ecco come Gianluca si definisce in un tweet:

Uno dei marketer che accolsero il web come punto di incontro tra persone e business. Dopo aziende e agenzie, ora è Online Manager in Ducati.

Profilo Linkedin.

ducati

Via con le domande:

1# Ducati non è solo il nome di un’azienda italiana, è molto di più, è un patrimonio. Quello dei Ducatisti immagino sia un popolo passionale ed esigente, per molti versi unico. In cosa un patrimonio affettivo ed un brand così forte è un plus, quando si comunica tramite i social media, ed in cosa invece crea delle criticità, se le crea?

Quello dei Ducatisti, cioè dei proprietari di Ducati, ma anche di coloro che pur non possedendo una moto Ducati si sentono in qualche modo coinvolti nell’esperienza e nei valori che Ducati comunica, è in effetti un popolo variegato e assolutamente passionale ed emotivo, che pur essendo in buona parte non compreso nelle audience più tipicamente interessate ai social network per età, abitudini e skill tecnologici, è invece molto presente con una propria produzione di contenuti di ogni tipo, in certi periodi talmente tanto numerosi che a volte facciamo fatica a monitorare, valutare e inoltrare al nostro interno.

Questa presenza, che si esplicita nella creazione di forum, di gruppi, di siti completamente autogestiti, e fuori dal nostro controllo, è un grandissimo vantaggio per Ducati, che dispone di un passaparola spontaneo di incalcolabile valore: questo sia quando sottolinea i punti positivi, sia quando fa presente possibili problemi o migliorie da risolvere. Naturalmente il lato negativo della cosa è che esiste una specie di hijacking online del brand, per cui spesso i fan delle community si sentono in qualche modo ‘traditi’ quando qualche decisione aziendale non viene ritenuta in linea con una ‘tradizione’ del brand, che loro considerano, a torto o a ragione, come una cosa propria: questo a volte può limitare la nostra libertà di azione nel comunicare a nuove fasce di audience non ancora ‘ducatiste’ storiche.

2# Una domanda che molte aziende si pongono, soprattutto quelle che possono contare una community già consolidata è: creare un proprio social network o sfruttare quelli disponibili? Come ha risposto Ducati e perché?

In realtà, non esiste una sola community, ma tante differenti community a seconda di come viene vissuto il mondo Ducati: c’è il mondo dei Club, che usano i socialnetwork per favorire un’interazione che si esplicita poi offline, anzi ‘on the road’; c’è il mondo dei forumisti, che discutono e si aiutano reciprocamente passandosi informazioni di carattere tecnico sui singoli modelli; c’è il mondo delle corse, con una serie di luoghi di discussioni legati al MotoGP e al campionato SBK.

Ducati ha deciso quindi di non intervenire direttamente in una serie di luoghi che i fan avevano costruito, e in cui del resto i partecipanti nemmeno si aspettano che il brand debba avere voce (alcuni forum sono addirittura chiusi) e di far sentire la propria voce in alcuni social network (Facebook, Youtube e Twitter) e attraverso il Desmoblog. Facebook ha una audience molto allargata e internazionale, con più di 100.000 fan molto attivi, che commentano sempre numerosi i contenuti forniti da Ducati (e qualche volta litigando) ma sempre fornendo importanti indicatori sul livello di gradimento di modelli e attività di comunicazione; spesso i fan uploadano autonomamente proprio materiale (frequentemente la propria moto, magari elaborata e customizzata), quasi a volere lasciare la loro impronta in una “mattonella virtuale” della pagina ufficiale.

La voce ufficiale su Twitter è invece una scommessa recente, di cui dobbiamo ancora valutare e implementare in modo compiuto strategia, contenuti e impatto. YouTube è un canale di grande successo in quanto ad accessi, meno quanto a engagment: probabilmente perché il media ‘video’ ha un grande potenziale di impatto quando associato a velocità e moto – e anche molto affine al mezzo televisivo legato alle corse, ma anche perché ‘generalista’ quel tanto che basta a farlo fruire anche da persone che non frequentano altri social network.

Inoltre, è necessario specificare che le presenze locali di Ducati curano in molti casi pagine di Facebook e account Twitter localizzate, che contribuiscono a creare un contatto ravvicinato con i mercati di riferimento, spesso con ottimi risultati, come per il mercato americano.

3# Desmoblog, Twitter, Facebook. Quanto è importante la partecipazione e la comprensione di questi strumenti da parte dei vertici aziendali?

La strategia del team che si occupa di online è quello di coinvolgere in modo crescente i vertici aziendali, in modo che possano rispondere alle discussioni principali, oltre che esserne a conoscenza, cosa che succede già ora. L’area sicuramente potrà avere notevoli vantaggi dagli strumenti in real-time. Il marketing di prodotto e

il reparto ingegneristico è invece interessato al social media monitoring, ovviamente per capire quali sono i sentimenti generali, ma anche apprezzamenti e problemi pratici realmente vissuti, sui modelli, anche se al momento non partecipano in modo attivo alle conversazioni.

+1# Un problema comune a molte aziende è il cosiddetto “Social Media ROI”, e l’eterno dibattito tra risultati quantitativi e qualitativi. Come è stato risolto?

Beh, prima di tutto, nel bene e nel male, il concetto di “Social Media” non è ancora passato in azienda. Esistono solo Ducatisti, blogger, forumisti, persone che hanno qualcosa da dire, in positivo o negativo, circa i prodotti e le iniziative.
Per come ci stiamo muovendo, stiamo cercando in primo luogo di calcolare l’impatto che tutto questo ‘movimento’ ha sulle visite al sito aziendale e quindi alle richieste informative, essendo ben consci però che l’attività sui social network, nel nostro caso, è quasi obbligata dalla mole di contenuti generati, da monitorare e a cui rispondere.

Il calcolo del ROI esatto è quindi da una parte difficile (se non con una risposta positiva a “ci conviene farlo?” e una risposta negativa a “possiamo non farlo?”) dall’altro ancora da approfondire nella sua formula (non solo passaparola, ma anche crescita della conoscenza del mercato, tempo risparmiato in customer care, ecc.).

Grazie a Gianluca e alla prossima intervista della serie “3 domande +1″ con un altro rappresentante di quel non così numeroso gruppo di professionisti che si occupano di Social Media all’interno di aziende italiane.

Perché è Inutile Twittare di un Programma TV

unfollow

Voglio spiegare l’affermazione pubblicata su Twitter, e discussa su Friendfeed, perché forse 140 caratteri non sono sufficienti.

Premetto che non è mia intenzione dire a nessuno cosa si possa non si possa fare su Twitter, ma solo discutere “ad alta voce” di come utilizzare al meglio il microblogging network.

Gli argomenti di cui ritengo interessante twittare:

  • lancio di informazioni, link, risorse
  • aggiornamenti su quello che succede nel mondo, tramite testimonianza diretta o mediata
  • più in generale quello che si sta facendo e che potrebbe interessare gli amici che ci seguono su twitter; quindi anche con un intento scherzoso e sociale

Perché un programma TV non rientra in questa casistica?

Secondo me può essere utile un tweet, per dire cosa sta andando in onda, e anche a me è capitato di farlo, perché chi non fosse davanti a quel canale potrebbe essere interessato

la7

Molto meno interessante invece è una cronaca minuto per minuto di qualcosa che è facilmente alla portata di tutti, sia in televisione che in streaming. Ancora meno interessante sono i ripetuti e continuati commenti ad un programma, che presuppongono:

  1. interesse per l’argomento del programma
  2. che i tuoi follower lo stiano seguendo
  3. che glii interessi la tua opinione su tutto quello che viene detto

La situazione si aggrava nel caso in cui i tuoi follower cercassero di interagire con te tramite @reply e tu li ignorassi completamente. Allora la logica deduzione è che non ti interessa dialogare, stai solo rovesciando su Internet i tuoi pensieri.

Questo tipo di conversazione non è interessante. A dire il vero non è neppure una conversazione.

C’è un’altra considerazione da fare. Se il tuo intento è aprire una dialogo, un approfondimento parallelo rispetto ad una trasmissione tv o a qualsiasi altro evento, è opportuno che tu scelga lo strumento più appropriato per farlo. Friendfeed, strumenti di live blogging, sono più indicati rispetto a Twitter.

A questo punto mi aspetto la classica obiezione secondo il teorema di Catepol:

Ognuno è libero di fare con il proprio blog/lifestream quello che gli pare

Esatto, per questo ho applicato il corollario a questo assioma:

Ognuno è libero di seguire (o non seguire) chi gli pare, a seconda dei propri interessi e delle proprie preferenze

Perché comunicare pubblicamente l’unfollow?

  1. Perché contiene una motivazione che è utile ai miei follower a capire la maniera in cui io uso Twitter, e quello che ritengo inappropriato. Fa parte del “contratto” di reciproco rispetto che si stabilisce implicitamente on ed off line tra persone che si frequentano
  2. Non avendo indicato le persone a cui l’unfollow era rivolto, non mi pare si possa configurare come un attacco personale

Questo il mio punto di vista, opinioni differenti sono sempre benvenute, anche se qualche volta mi scappa la risposta brusca e “sembra che sono sull’orlo di una guerra” (cit.). Di solito le apparenze ingannano, è solo verve dialettica. :-)

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