Ho trovato interessante il post di Francesca [LaFra] in cui tenta – con successo – una categorizzazione dei blogc per definire come le aziende possono approcciarli per coinvolgerli in attività di relazioni pubbliche online.
Un’azione di PR (online come offline) per esistere ha bisogno di almeno due figure: l’interlocutore, nel nostro caso il blogger/influencer e l’azienda o il brand che per comodità in questa circostanza considereremo coincidenti. Dunque tenterò di allargare il tentativo di categorizzazione all’altra metà del cielo delle PR online: le aziende.

“Facciamo qualcosa con i blogger” è una proposta che si sente sempre con maggiore facilità, ma già la vaghezza di questa affermazione lascia comprendere come spesso le idee non siano del tutto chiare. La lotta intestina tra l’intuizione dell’importanza dell’online nelle strategie di comunicazione ed il timore di affrontare un terreno di confronto nuovo, di cui non si conoscono e talvolta non si comprendono le regole da vita a comportamenti ed idiosincrasie delle più curiose.
Ecco il risultato di questo esercizio, tra il serio ed il faceto, per classificare come le aziende gestiscono i propri esordi sui social media.
L’Entusiasta
Ha scoperto il paese dei balocchi, un mondo nuovo e meraviglioso ed è elettrizzato dalle possibilità che gli si dischiudono. Come un bambino, vorrebbe portare alla bocca tutto quello che tocca.
Il pericolo è la disillusione, presto ci si rende conto che il nuovo mondo è anche pieno di pericoli. Il consulente dovrebbe cercare di mantenere vivo l’entusiasmo e nello stesso tempo vigilare affinché non si verifichino incidenti che potrebbero essere traumatici.
Il Pavido
Lui non voleva essere sui social media, lo hanno costretto. Qualcuno dall’alto gli impone di dare la parola ai blogger o di essere presente sui social media. Hic sun leones, qui ci sono i leoni, utenti arrabbiati o forse peggio, sobillati dalla concorrenza per screditare l’azienda.
Il supporto da fornire consiste nel far comprendere quali sono i reali pericoli che possono arrivare dalla rete, allontanando fantasmi e superstizioni. Prudenza e piccoli passi per vincere la paura, nella convinzione che se ci sono dei problemi legati ai prodotti o al brand, infilare la testa sotto la sabbia non li risolve.
Lo Schizofrenico
Alcune aziende hanno grandi slanci di socialità e momenti di chiusura totale, come se vivessero una sorta di sdoppiamento della personalità. Questo capita in genere quando ci sono effettivamente più anime all’interno dell’azienda che non trovano un punto di conciliazione. Forse è la situazione più difficile da gestire e più pericolosa sia per l’azienda che per l’agenzia che rischia di trovarsi tra due fuochi.
Lo studioso
L’azienda ha sete di conoscenza e questo è positivo. Vuole informazioni per comprendere uno strumento che si rende conto di non padroneggiare. Come sempre accade quando ci si concentra troppo e troppo a lungo sulla teoria, si rischia di perdere il momento giusto per agire, mettersi in gioco.
Se Sincerità e Novità Non Bastano
Questi sono alcuni esempi, non esaustivi, di come si può manifestare la difficoltà di rapportarsi dell’azienda con i social media e i blog, quei blog e quegli approcci descritti da Francesca.
Sull’argomento è intervenuto anche Gianluca [minimarketing], con un post in cui parlando di ciclo di vita dell’approccio ai blogger, mette l’accento su due fattori chiave di successo: sincerità e novità.
Non posso far altro che sottoscrivere l’importanza della sincerità da entrambe le parti, azienda e blogger, così come è fondamentale l’impegno a cercare nuove modalità di interazione che non logorino la genuinità della relazione, valida solo se è win-win. Lo era nel caso del “Pesto ai blogger”, citato da Gianluca stesso, lo è in tutte le azioni di PR che abbiano successo.
Dunque è legittima l’aspettativa che ci sia l’impegno da parte di aziende, agenzie e consulenti per mantenere il rapporto su un piano di sincerità ed innovazione, ma sarebbe il caso di fare anche autocritica da parte dei blogger. Essere “irraggiungibili e annoiati” – cito nuovamente Gianluca – fa molto figo, però le contraddizioni sono tante, e non sempre solo dal parte delle aziende. Mi permetto di sottolinearne alcune da parte dei blogger:
- quelli che si stracciano le vesti per la recensione di un prodotto spesso sono gli stessi che alzano la mano se si chiede la disponibilità a fare una recensione
- ho visto tante e tante volte montare le critiche, anche con toni aspri, per poi sgonfiarsi in un nulla di fatto al primo intervento di qualcuno dell’azienda stessa; a volte ci si fa prendere la mano
- bisognerebbe guardarsi intorno, perché mi risultano numerosi casi all’estero in cui sono state realizzate attività con i blogger che qui da noi sarebbero impensabili perché susciterebbero un putiferio; allora cos’è, scopriamo improvvisamente che francesi e dei tedeschi sono più corruttibili di noi?
Non sarà forse che oltralpe due tartine o un badge vip non sono sufficienti a mettere in discussione la sincerità e la professionalità (aggettivo scelto non a caso) del blogger?
Quando c’è da bastonare è bene che questo succeda, altrimenti le aziende – e certi guru improvvisati – non impareranno mai, però i blogger “irraggiungibili ed annoiati” non sono un esempio da seguire. Preferisco quelli curiosi ed attivi, che coltivano la propria passione, mettendo l’interesse dei propri lettori e la trasparenza nei loro confronti prima di ogni altra considerazione, senza considerarsi vip o sip [social important person, brrr].
Image credit: Five stage of a blogger’s life.
4 commenti
Ottima classificazione… ci vorrebbe anche l’azienda con le tasche bucate… quella che facciamo con i blogger che tanto è un’attività che non costa (e non parlo di pagare i blogger per carità
).
Oltre ai due soggetti ne metterei un terzo a cui hai accennato nei punti, ovvero quello dell’agenzia che sta in mezzo. Spesso infatti si vedono dei rapporti e delle sinergie tragicomiche. Anche per queste forse ci vorrebbe una classificazione!
“Tasche bucate” manca è vero, ma è in via di estinzione purtroppo!
Classificare le agenzie sarebbe troppo complicato per me, facendo parte di una di esse. E sì, chiaramente nessuno è senza peccato.
Ben inteso però che questa classificazione scherzosa non ha lo scopo di puntare il dito, ma quello di indurre le aziende ad aumentare la consapevolezza nell’utilizzo dei social media.
Ciao Donato,
non posso che concordare con la tua accurata descrizione della situazione sul rapporto azienda/Agenzia/Blogger.
Per mia sfortuna sono stato per ora solo dalla parte di chi, appartenente alla categoria degli ENTUSIASTI, era però nella posizione aziendale di chi, come dipendente, doveva convincere il proprio capo che appoggiarsi ad una agenzia di comunicazione fosse cosa giusta per aumentare almeno il “turnover” del nostro sito aziendale, così auspicabilmente, sarebbero aumentati i contatti.
Così, per varie cause che non sto ad elencare, ahimè non è stato, ed il Blog azinedale così come il rapporto con l’agenzia di comunicazione, è scemato. Ma io continuo a crederci.. Sbaglio? A mio parere NO.
D’altra parte, come “blogger” amatoriale, mi piacerebbe molto far parte di qualche “crew” che possa consentirmi di “creare” conto terzi. E’ davvero molto tempo che mi chiedo se si può vivere di Blogging, anche se mi rendo conto che in Italia, probabilmente, questo non è ancora possibile.
Se dovessi avere bisogno di un “freelance”, mettimi alla prova. La disponibiità, c’è.
Grazie
GF
Ciao Giorgio,
grazie per il tuo contributo.
Teniamoci in contatto anche tramite Twitter e LinkedIn, se ci saranno occasioni per collaborare lo segnalerò su entrambi.